Civiltà dello Stazzo

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La parola stazzu deriva dal latino statio – stazione, luogo di sosta – e in Gallura indica sia un’azienda contadina e pastorale, di estensione moderata, sia la casa-fattoria che sta al centro dell’azienda .Un determinato gruppo di stazzi, forma la cussorgghja

Alla fine del Cinquecento la Gallura era tutta pressochè deserta: faceva eccezione il suo nucleo centrale, un luogo alto di colline granitiche, ai piedi della breve catena del Limbara, dove c’erano Tempio e i villaggi  vicini.

Nei vasti spazi disabitati,  s’avventuravano pastori senza terra che fissarono la loro dimora su appezzamenti  in qualche modo controllabili da un punto più alto e  al riparo anche dalla malaria.

Questo popolamento cominciò a prendere consistenza soprattutto dal 1720, quando arrivarono i Corsi. I motivi di questa colonizzazione sono i più disparati.

Tradizionalmente da Bonifacio numerose famiglie di pastori praticavano la transumanza sulle coste sarde e sulle vicine isole minori. Molti praticavano il contrabbando e non pochi sfuggivano, riparando in Gallura, alle vendette usuali tra famiglie e alle crisi sociali.

Questa insolita emigrazione ha dato alla Gallura, oltre alla originalità degli insediamenti ad habitat disperso, anche una particolarità etnica e linguistica che non si è più perduta. Infatti i galluresi parlano un dialetto  diversissimo dal sardo e, anche oggi,   chiamano li saldi, sardi, gli  abitanti dell’isola che non siano galluresi.

Agli inizi del XIX secolo negli stazzi risiedeva la maggior parte della popolazione.

Lo stazzo, azienda ad indirizzo misto,agrario e pastorale ad un tempo, costituiva un polo di economia chiusa, in quanto capace di produrre tutto quanto necessario per il sostentamento delle famiglie che lo popolavano, grazie alla pratica contemporanea dell’agricoltura e della pastorizia.

Nello stazzo abitava spesso, oltre a quella del proprietario, l’intera famiglia d’un pastore-mezzadro e la sua presenza riproduceva la divisione del lavoro. La coltivazione della terra, infatti, era riservata al “padrone”, mentre l’allevamento di capre e pecore era affidato al pastore

La casa- stazzo aveva  muratura granitica, e il tetto di canne sostenuto da travature di ginepro.

All’interno tutto riportava alla vita semplice dei pastori: pavimento in terra battuta, pochi mobili e utensili di uso quotidiano, ogni cosa era ordinata e lineare senza elementi decorativi superflui.

All’esterno si  trovavano il forno, la cantina e il laboratorio per costruire gli utensili necessari al lavoro dei campi e,  nelle vicinanze della casa, la vigna, l’orto e  gli ambienti per ricoverare bovini, ovini  e maiali.

La casa-stazzo era un luogo d’accoglienza aperta e sempre disponibile. La campagna gallurese era attraversata continuamente da una quantità di gente che si spostava da un luogo all’altro: commercianti di bestiame o di sughero, venditori di piccoli utensili, carbonai, suonatori di sunettu (la piccola fisarmonica a bottoni) e mendicanti girovaghi .

Quando capitavano nello stazzo, ai mendicanti non mancavano mai nè un pezzo di pane, nè un cibo caldo, nè un posto per ripararsi e dormire qualche giorno.

Ancora oggi gli anziani ricordano che nel proprio stazzo c’era  la stanza dove si accoglievano questi gli ospiti improvvisi. “un dui ciminei/ illi stasgioni di fritù e di ventu:/ era la casa di li dimmandoni”.

 

 

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